RICCARDI ANDREA
SOCIAL JUNCTION
 
Un problema annoso, Francesco crede che la Chiesa possa gestire le risorse con equità e correttezza. Nella stratificazione di circuiti e poteri, non è facile agire con taglio lineare né trovare sempre le persone giuste. Andrà per tentativi e ancora altre difficoltà verranno alla luce. L'analisi di Andrea Riccardi sulle colonne del Corriere della Sera di domenica 8 novembre.

Le vicende delle finanze vaticane, con arresti, libri e documenti trafugati, sono un tema sproporzionatamente sensibile per l'opinione pubblica (e che fa «vendere»). Da decenni, però, personalità sensibili in Vaticano affermano che qualcosa non va nell'amministrazione. Nel 1959, un prete colto, don Giuseppe De Luca, diceva al card. Montini: «Il cerchio dei vecchi avvoltoi, dopo il primo spavento, torna... quel cerchio macabro si stringe». De Luca scriveva a Montini, allontanato a Milano: «Roma che tu conosci e dalla quale fosti esiliato, non accenna a mutare». Regnava Giovanni XXIII, più di mezzo secolo fa. Oggi si parla di corvi, non di avvoltoi. E il settore più interessato al volo di corvi sono le finanze, l'economia e il patrimonio. 
Papa Francesco, con decisione ferma, sta riformando questo settore, ramificato e stratificato. La sua decisione spiega resistenze, reazioni e attacchi. Il settore economico è da sempre il lato debole dell'amministrazione vaticana. Libri storici e scandalistici a riguardo (nuovi e vecchi) si sprecano. Spesso si fatica a leggerli dopo qualche pagina. Dalla fine della Roma dei Papi, romani e italiani hanno gestito le finanze vaticane con sistemi caserecci e legami con l'altra riva del Tevere, in un clima un po' da vecchio Stato Pontificio. I Pacelli, fedele famiglia papale dopo il 1870, non solo dettero Pio XII, ma pure un mago delle finanze pontificie, Ernesto. Era il mondo «romano» che Montini non amava. 
Gli spiriti pensosi erano convinti che l'amministrazione fosse mal impostata dalla nascita dello Stato Vaticano nel 1929. Un futuro Segretario di Stato, Tardini, nel 1934, così giudicava le istituzioni del Vaticano di Pio XI: «Monumentali alberi di querce, annosi, ramificati, frondosi, le cui basi presso terra pullulano d'insetti di ogni qualità e voracità». Non gli piaceva la strutturazione dello Stato Vaticano: «Fu un bene la sovranità del Pontefice. Ma fu un bene l'organizzazione data a questo Stato, così minuscolo e così presuntuoso, così povero e così sciupone, così lillipuziano e così saturo d'impiegati e onusto di stipendi? Giova alla Santa Sede - istituto sopranazionale, spirituale, immenso - questo spettacolo di arrivismo, d'idiotismo, di parassitismo, dato da coloro che si annidano nel tessuto della Città vaticana?». 
Paolo VI, dal 1963, innovò la Curia, ma anche ruppe il circuito romano della gestione finanziaria. Spostò dall'Italia parte delle risorse. Chiamò un americano allo Ior, mons. Marcinkus. Mal gliene incolse per i legami di questo con Sindona e Calvi. Grande riformatore, Montini non riuscì nel settore economico. Lo stesso avvenne a Giovanni Paolo II, che non innovò la macchina vaticana: «se avessi badato a tutto questo - disse - non avrei fatto tutto quello che ho fatto nella mia vita». I problemi economici non lo interessavano. Però serie questioni di gestione si aprivano non solo in Vaticano, ma anche nell'ambiente romano dei religiosi e delle religiose. Questi, dagli anni Novanta, stanno smobilitando proprietà a Roma. Sono operazioni, talvolta sotto l'influenza o con la consulenza di «avvoltoi», che portano anche alla svendita o a utilizzi impropri di spazi preziosi, di fronte all'impotenza della Congregazione dei religiosi e dell'autorità diocesana. Si arriva a vendite incredibili: la casa generalizia dei Christian Brothers - tramite società fantasma - è divenuta il centro di Scientology a Roma. Spesso sono casi d'ingenuità. 

Poca professionalità? «Maledizione» del denaro? Francesco, accusato di pauperismo o comunismo, tocca un problema annoso in modo laico, rischiando polveroni: crede che la Chiesa possa gestire le risorse con giustizia e correttezza. Nella stratificazione di circuiti e poteri, non è facile agire con taglio lineare né trovare sempre le persone giuste. Il Papa va per tentativi. Difficoltà e crisi verranno alla luce ancora. Ogni riforma necessita di gradualità e lotte. Questa non è la riforma centrale del pontificato, ma Bergoglio è convinto che non può trascurarla per la sanità della macchina curiale e per coerenza con il suo messaggio. 

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