RICCARDI ANDREA
SOCIAL JUNCTION
 
Secondo Andrea Riccardi l'emigrazione, la sicurezza e il terrorismo evidenziano inedite connessioni tra i due continenti che vanno studiate. Non è solo la storia che lega Europa e Africa, ma le unisce un comune orizzonte geopolitico che ne determina il futuro. La sua riflessione sul magazine SETTE del Corriere della Sera di oggi.

Africa è vicina all'Europa. Ce lo ricordano ogni giorno gli immigrati e i rifugiati che approdano sulle nostre coste e i tanti africani che vivono da tempo sul vecchio continente. L'emigrazione è un legame. Del resto molti Paesi d'Europa hanno una storia coloniale nel continente nero e coltivano tanti rapporti con le ex colonie. La presenza francese in Africa si fa ancora sentire e si è vista, anche dal punto di vista militare, nella crisi della Costa d'Avorio e in Centrafrica. L'Italia, dal secondo dopoguerra, si è mossa senza sentire il peso del passato coloniale. Solo negli ultimi anni ha fatto seriamente i conti con questa vicenda, la cui pagina peggiore è l'aggressione fascista dell'Etiopia, uno dei due Stati africani indipendenti negli anni Trenta (l'altro era la Liberia degli ex schiavi nordamericani). Nella recente visita in Etiopia, il presidente della Repubblica, Mattarella, non ha eluso questa brutta pagina di storia italiana, ma ha rilanciato i rapporti tra i due Paesi. L'Italia, dal secondo dopoguerra, è però stata vista in Africa come libera da mire neocoloniali. Negli ultimi due anni c'è stato una ripresa notevole della politica italiana nei paesi subsahariani. Il viaggio di Mattarella ne è un segno.

Il presidente del Consiglio, Renzi, ha compiuto tre viaggi africani, visitando ben otto Paesi (tra cui Nigeria, Angola e Mozambico), aprendo relazioni commerciali, riattivando politica e cooperazione, in buona parte, dismesse. Che cosa è successo tra Italia ed Africa? Fino agli anni Novanta, il nostro Paese ha investito molto a Sud del Sahara: politica, cooperazione, imprese, grandi lavori. Non solo nelle ex colonie, ma anche in Paesi senza un legame particolare con l'Italia.

È emblematico il caso del Mozambico, colonia ex portoghese, indipendente nel 1975: la pace tra governo e guerriglia fu firmata proprio a Roma nel 1992. L'opinione pubblica cattolica (attenta alla povertà dell'Africa decolonizzata) e di sinistra (sensibile alle lotte d'indipendenza dal colonialismo) stimolavano la presenza africana del nostro Paese. Poi c'è stata la crisi della prima Repubblica con la conseguente introversione. La cooperazione è stata tagliata e l'azione diplomatica ridotta. L'Italia si è progressivamente ritirata dall'Africa.

Proprio in quegli anni, l'Africa però cambiava: non più solo il continente della miseria da aiutare o delle guerre civili da risolvere - anche se permangono problemi -, ma il continente delle opportunità, che liberalizzava l'economia. Intanto, oltre a europei e americani, nell'ultimo quarto di secolo, si affermavano nuove presenze in Africa: Cina, Giappone, India, ma anche Brasile. Gli europei sono sempre meno i partner esclusivi dello sviluppo africano. Non si tratta ora di rinverdire la corsa tra "potenze" per mercati e risorse, ma di valorizzare i legami profondi tra Europa e Africa. L'emigrazione africana, la sicurezza e il terrorismo evidenziano alcune connessioni vitali tra i due continenti. La sicurezza europea passa, anche, per gli Stati africani della fascia del Sahel-Sahara, minacciati dal terrorismo islamista. Il Mediterraneo non divide, ma lega. 11 presidente-poeta Senghor, fondatore del Senegal indipendente, parlava di "Eurafrica" per dire l'interdipendenza tra i due mondi. Esistono comuni interessi euroafricani nella diversità tra i mondi: gli uni hanno bisogno della cooperazione con gli altri (su di un piano di parità). Non è solo la storia che lega Europa e Africa, ma le unisce un comune orizzonte geopolitico che ne determina il futuro.
 
21 Luglio 2017


 
19 Luglio 2017

Andrea Riccardi è la persona giusta per la Presidenza della Società Dante Alighieri? Libera Chiesa in libero Stato e... dimissioni del Riccardi dalla Presidenza della Società Dante Alighieri. Giosuè Carducci, il fondatore, aveva una visione diametralmente opposta del ruolo che La Dante deve svolgere in Italia e nel mondo per difendere l'italianità, da quella del Riccardi,.. troppo papalino. Il Signor Riccardi occupa diverse cariche e svolge diversi ruoli. Trovo difficile riconoscermi in tutte le posizioni che egli prende pubblicamente, soprattutto quando si esprime come Presidente della Sant'Egidio. Il Signor Riccardi è ANCHE Presidente della Società Dante Alighieri fondata da un laico come Giosuè Carducci. La laicità è stata da allora una costante della Società Dante Alighieri. Lo è ancora? La difesa della italianità nel mondo non deve avere una connotazione cattolica, come spesso avviene ora. Da Presidente della Dante di Montreal non mi sento rappresentato dal Signor Riccardi che sottolinea nei suoi numerosi e frequenti interventi il suo apostolato sociale di chiara radice cattolica. Tengo a sottolineare che i soci della Dante di Montreal sono di diverse origini etniche e di diverse fedi religiose (tra cui l'ebraica). Cosa fare oer evitare di far corrispondere italianità con cattolicesimo? Il Signor Riccardi prenda in seria considerazione la possibilità di rassegnare le sue dimissioni come Presidente della Società Dante Alighieri. NON è la persona giusta per il ruolo che occupa. E lo dico senza nessuna offesa nei suoi confronti.


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