RICCARDI ANDREA
SOCIAL JUNCTION
 
Andrea Riccardi sulla crisi della capitale. Intervento pubblicato sul Corriere della Sera del 14 settembre 2016

Il governo di Roma è in affanno. Doveva essere un inizio di rinnovamento. Ma ci si ritrova impantanati. L'attenzione di questi giorni si concentra su Virginia Raggi e sulla sua giunta. L'interesse politico è se il Movimento 5 Stelle a Roma - con evidenti riflessi nazionali - abbia capacità di governare o sia stato un ascensore sociale per personale eterogeneo. Alle elezioni amministrative, il Movimento ha intercettato una vasta domanda dei romani, delusi dal Pd, che ha messo insieme ambienti assai eterogenei nella capitale. Tuttavia il problema non può essere personalizzato su Virginia Raggi, che si spera entri presto in azione. Tutti si rendono conto del pericolo: che si ripeta quanto è avvenuto a Marino. Sarebbe drammatico: le urne potrebbero dare risultati sorprendenti, oltre che sancire un ulteriore distacco dei romani dalla politica. Molti ora si augurano che la Raggi ce la faccia. Ma i problemi che la giunta si trova ad affrontare vengono da lontano. La capitale ha bisogno di governo e cambiamenti, perché è una della città italiane che ha maggiormente mutato pelle negli ultimi decenni.
Roma, a differenza di molte città, si è formata con ondate successive d'immigrati: non ha un carattere identitario forte. La stessa parlata romanesca è molto cambiata dagli anni Settanta-Ottanta. Roma, in qualche modo, è la città più «italiana» di tutte e meno localmente caratterizzata. La coesione è venuta dalle istituzioni dello Stato, il più grande datore di lavoro a Roma, attorno a cui si è creata gran parte di quel ceto medio, oggi in difficoltà. Ceto medio e statali, per molti aspetti, si sovrapponevano. Roma si è molto identificata con la «Repubblica dei partiti». L'integrazione degli immigrati specie del Sud nelle periferie urbane ha visto come attori decisivi le reti della Dc, le sezioni del Pci e la Chiesa. Attraverso queste reti si è formata anche la classe dirigente romana fino all'elezione diretta del sindaco. Questa svolta è stata un'occasione positiva per Roma.
Negli anni dei sindaci Rutelli e Veltroni, dal 1997 al 2008, una leadership forte ha coniugato le spinte innovative con una forza che veniva dal patrimonio politico del passato. Tutto questo si è dissolto. Non basta ora reclutare un nome, più o meno noto, per candidarsi a governare la città. La macchina capitolina è inceppata tra una contraddittoria pletora di dipendenti e carenze gravi di personale. Inoltre, come in altre burocrazie, si è determinata oggi una qualche paralisi amministrativa: i funzionari tendono ad assumersi sempre meno responsabilità. Per non parlare delle aziende partecipate. Intorno a Marino si è aperto il vuoto. Succederà qualcosa di simile alla Raggi? Non è augurabile. Ogni sindaco, al di là delle sue capacità, imbrigliato tra pressioni contrastanti, non può far finta di stare alla testa di una macchina che funzioni e che si è dimostrata troppo permeabile a interessi mafiosi (il pericolo non è archiviato).
Come riformarla? È un problema di lungo periodo, che bisogna porsi: va oltre il governo ordinario. Roma, con le sue dimensioni e istituzioni, non può candidarsi però a essere una città globale. E poi questa Roma non è amata dai suoi cittadini. È percepita lontana dalla gente nei problemi quotidiani: dai trasporti alla nettezza urbana, al traffico... I romani si sentono altrove tra difficoltà e solitudini dei tanti ambienti periferici. Proprio nelle periferie e nelle sue solitudini, le reti mafiose possono proporsi come un supporto nel quotidiano, perché nel vuoto sociale non si vive. Questa è una permanente fragilità della città. Il grande problema è il divorzio tra il Campidoglio e la società. La società non è più quella delle periferie alla metà degli anni Settanta, portate compatte, dal Pci, alla conquista del Comune. E' frammentata e disarticolata. Chi mira all'eccellenza si rifugia in nicchie.
Non esistono veicoli per convogliare consensi ed energie su una visione del «bene comune». Non c'è politica. Roma è arrabbiata, ma non si muove né «per» né «contro». Forse i romani sono uniti solo da un diffuso atteggiamento, fatto di scontento per la città, ma anche di affannata difesa del proprio «nido». S'investe sulla propria casa, ma tutto intorno lascia a desiderare. Si cerca di ridurre il più possibile l'uso personale del pubblico e del comune, come nei trasporti o nella sanità. Si tratta di rivolte individuali verso una città percepita come matrigna, che diventano un modo di vita. Tra l'altro, una città, vissuta così, ha scarse capacità d'integrazione per il mezzo milione di non italiani d`origine che abita qui, i112,7% della popolazione (tra cui 100.000 musulmani). Eppure Roma, in cattivo stato e penalizzante secondo chi la abita, è tanto amata nel mondo e dai turisti. Questi sono aumentati (del 77% dal 2000), nonostante visitare Roma sia più defatigante che vedere Parigi. Qualche flessione ci può essere, ma la capitale conserva un'attrazione e, in tante parti del mondo, resta un mito. Forse i romani amano poco la loro città o rinunciano a sperare in un destino comune, considerandola ormai uno sfondo all`intreccio delle loro esistenze. C'è un grave problema di società civile. Per questo, nonostante la necessità del miglior governo cittadino possibile, non si può guardare solo al Campidoglio, ma anche ai romani. Senza un processo di ricomposizione che riparta dalla società civile, il governo finirà per essere lo specchio dei romani. Una città come Roma non può vivere senza idee, visioni, aspirazioni condivise. La giunta Raggi entri presto nel vivo dei problemi, com'è suo dovere. Non basta, se però qualcosa non si muove nella società e tra i romani. Lo storico tedesco, Theodor Mommsen, nel 1871, chiedeva preoccupato a Quintino Sella: «Ma che cosa intendete fare a Roma?». E ammoniva la nuova classe dirigente: «a Roma non si sta senza avere dei propositi cosmopoliti». Aveva ragione. Da troppo stiamo a Roma senza propositi cosmopoliti, ma anche con poche idee. Che intendiamo fare di Roma?

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